L’Italia ha estradato negli Stati Uniti Xu Zewei, l’ingegnere cinese di 33 anni arrestato nel luglio 2025 a Malpensa su richiesta di Washington, chiudendo un caso giudiziario che si intreccia con le tensioni tra Stati Uniti e Cina sul terreno della sicurezza informatica e dello spionaggio tecnologico.
Il trasferimento è stato autorizzato dal ministero della Giustizia dopo il via libera definitivo della Corte di Cassazione, che lo scorso aprile ha respinto il ricorso della difesa, confermando la decisione della Corte d’Appello di Milano sull’esistenza delle condizioni per l’estradizione. Secondo quanto riferito da fonti di stampa, il 33enne si trova già negli Stati Uniti.
Il legale, Enrico Giarda, ha dichiarato di non aver ricevuto comunicazioni formali sull’esecuzione del provvedimento. Xu, che ha trascorso mesi in custodia cautelare dopo l’arresto, si è sempre dichiarato innocente, parlando di uno scambio di persona e sostenendo che i suoi dati personali possano essere stati utilizzati da terzi.
Le accuse degli Stati Uniti
Secondo il Dipartimento di Giustizia americano, Xu avrebbe preso parte a una campagna di intrusioni informatiche tra il 2020 e il 2021, nel pieno della pandemia, con l’obiettivo di sottrarre informazioni sensibili a università, immunologi e virologi impegnati nello sviluppo di vaccini e terapie contro il Covid-19.
Le autorità statunitensi lo collegano anche al gruppo di cyber-spionaggio noto come “Hafnium”, accusato di aver sfruttato vulnerabilità nei server Microsoft Exchange per compromettere migliaia di sistemi a livello globale, inclusi target negli Stati Uniti.
I capi d’imputazione comprendono frode telematica, furto aggravato di identità, accesso non autorizzato a sistemi informatici protetti e associazione finalizzata alla frode, reati che negli Usa possono comportare pene fino a vent’anni di reclusione.
Il percorso giudiziario in Italia
A gennaio la Corte d’Appello di Milano aveva riconosciuto la legittimità della richiesta americana, escludendo che i fatti contestati avessero natura prevalentemente politica. Secondo i giudici, l’attività di hacking contestata appariva piuttosto legata a logiche di competizione economica e tecnologica, mirata all’acquisizione di informazioni scientifiche e industriali di alto valore.
La Cassazione ha poi confermato questa impostazione, eliminando l’ultimo ostacolo legale. A quel punto, la decisione è passata al ministero della Giustizia, che ha dato il via libera finale all’estradizione.
La risposta della Cina è stata immediata. Il ministero degli Esteri ha accusato gli Stati Uniti di aver costruito il caso attraverso “manipolazione politica”, invitando l’Italia a “rispettare i fatti e il diritto” e a evitare di diventare “complice” di Washington.

